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Prefazione
Creare
ricchezza! E' questo l'imperativo categorico del nostro tempo. Milioni
di miliardi. E ce ne vogliono sempre di più, perché il fabbisogno
cresce. E bisogna essere sempre più capaci, perché aumenta
la concorrenza degli altri Paesi. A chi affidare questo compito? Chi è
abituato a battersi con mille fattori competitivi? La risposta è
evidente: questa persona è l'imprenditore privato. E questo è
appunto l'"Uovo di Berlusconi": per creare ricchezza e solidarietà
in una data nazione occorre affidare la guida del Paese ad un imprenditore
"vero" ossia ad un operatore che abbia dimostrato sul campo il suo valore.
E, soprattutto, occorre seguire rigidamente il metodo d'impresa.
Certo, per un governo sarebbe bello poter disporre di
quei classici "bottoni", che producono il risultato sperato. C'è
bisogno di questo? Ecco fatto! Qui c'è una bella legge e tutto
sarà sistemato! Il Paese ha bisogno di entrate? Nessun problema,
ecco una bella tassa! Ma purtroppo non è così. Purtroppo,
sappiamo che le leggi sono sempre più spesso violate e sappiamo
anche che esistono addirittura quattro milioni di lavoratori "in nero",
ossia "fuori legge" (vedasi rapporto CENSIS 1996). E' quindi errato e
controproducente affannarsi nella ricerca del benessere, utilizzando il
solo strumento legislativo. Perché, nel seguire questa unica via,
non solo non si ottiene il risultato sperato, ma si giunge anche ad un
ordinamento giuridico "mostruoso", composto da una selva di leggi (si
parla di un numero superiore a 160.000), dove il cittadino non riesce
a districarsi.
Ed eccoci dunque alla nostra conclusione: la legge è
importante ma non è tutto. In particolare, esaminando la realtà
delle cose, è possibile individuare cinque "punti" che caratterizzano
il buon governo. E cioè: la "Promozione dei valori" (ossia la capacità
di guidare la società con la diffusione dei valori morali e culturali),
il "Provvedimento legislativo" (ossia la guida dello Stato attraverso
leggi, regolamenti ed istituzioni), il Profitto" (ossia la possibilità
di ottenere e produrre i fenomeni sociali attraverso la "convenienza"
ed i vantaggi incrociati tra i cittadini); la "Pubblicità (ossia
il principio secondo il quale i messaggi pubblicitari non devono essere
lasciati solamente ai produttori di beni di largo consumo, ma devono essere
realizzati soprattutto dallo Stato e dalle comunità religiose,
anche per bilanciare la eccessiva densità dei primi), e la "Professionalità"
(intendendo con questo termine la capacità di realizzare le operazioni,
con il sapere umano raccolto nelle varie discipline) In pratica, mixando
questi cinque elementi, è possibile governare in modo molto più
efficace di quanto avviene ora.
In estrema sintesi, dunque, creare il benessere sociale
attraverso il metodo d'impresa, significa utilizzare gli strumenti che
si sono visti (e cioè, i cinque "elementi") e tantissimi altri,
largamente collaudati nel mondo del lavoro, ma del tutto sconosciuti allo
Stato ed alla Pubblica Amministrazione. Questo significa naturalmente
"privatizzare". Ma non solo. Significa anche dare un nuovo modo di operare
ed una nuova motivazione ai dipendenti pubblici, assegnando loro un preciso
obbiettivo di solidarietà, quantificabile appunto secondo i metodi
d'impresa.
Occorre poi rimuovere alcuni falsi moralismi. Il rispetto
dell'etica non sta nella negazione degli affari e del profitto. La morale
dell'economia sta invece nella "giusta mercede" ossia nella proporzionalità
tra lavoro svolto e vantaggi conseguiti. Ad esempio, al capitalista che
abbia rispettato le 160.000 leggi italiane, che abbia regolarmente pagato
i dipendenti ed i fornitori, che abbia dato alla sua controparte una giusta
prestazione e che abbia dato allo Stato, per tributi, fino al 70% dei
suoi guadagni, non è giusto chiedere altro. Ma non solo. Occorre
anche riconoscere il valore sociale dell'impresa, attraverso la semplificazione
e l'incoraggiamento. E ciò, anche e soprattutto per ragioni di
solidarietà: più imprese, significano più occupati,
più ricchezza e più entrate per lo Stato.
Qualcuno però si oppone agli incentivi a favore
del capitale e dell'impresa, sostenendo che non bisogna fare regali ai
ricchi. Senonché, chi segue queste convinzioni contraddice il concetto
stesso di solidarietà, che significa legame tra "fonti di uscite"
e "fonti di entrate". Se non coltiveremo queste ultime, come potrà
rimanere in vita una solidarietà fatta di sole uscite? In conclusione,
il profitto (che è cosa ben diversa dal denaro) è solidarietà,
in quanto nasce e si conclude attraverso una riunione vantaggiosa per
tutti: per chi è più forte e per chi è meno fortunato.
Non ci sarà solidarietà, finché non si coniugheranno
(cioè, si congiungeranno) armonizzandosi tra loro i due termini
necessari del problema: "le fonti di entrata", da un lato e "le fonti
di uscita", dall'altro lato.
Per far questo, occorreranno appunto quelle capacità
di realizzare il concreto, che sono tipiche dell'imprenditore privato.
E sono capacità indispensabili. Perché, alla fine del loro
mandato, i nostri governanti si sentiranno rivolgere queste domande: "Quanti
posti di lavoro avete creato? Quante imprese sono affluite in Italia?
Di quanto avete risanato il debito pubblico?" E di qui non si scappa.
La solidarietà sarà stata realizzata in concreto, solo se
ci saranno stati "i fatti", cioè un profitto.
Siamo
certi che non ci sia nulla da cambiare nel nostro modo di osservare la
realtà? Forse qualcosa c'è. Le attività che noi definiamo
abitualmente come statali, politiche o amministrative e che - conseguentemente
- trattiamo con leggi, regolamenti, ordini militari (o simili), in realtà
non sono completamente come noi le vediamo. perché hanno un alto
contenuto di natura commerciale. Creare posti di lavoro, costituire nuove
imprese, far pagare le tasse in modo ottimale, richiamare capitali dall'estero
ed impedire a quelli italiani di sfuggire, sono essenzialmente attività
commerciali. In queste materie - infatti - per avere la collaborazione,
non si puo' usare solo la forza. Bisogna usare un corrispettivo. Una "mercede"
ossia un prezzo (e, da ciò, "cum mercede" ossia commerciale). Quando
una data nazione abbassa il tasso ufficiale di sconto, propone un contratto
tacito. E dà vita proprio ad una attività commerciale. E'
come se dicesse "investi pure, ti farò pagare di meno il prestito
del denaro". Quando una nazione dell'Est vara una norma in base alla quale
si esenta dalle imposte il capitale investito in imprese locali, in realtà
lancia un contratto tacito di questo tipo "vieni da noi ed avrai vita
facile". E risponde prontamente una seconda nazione, adottando facilitazioni
dello stesso tipo. Ed altre seguono l'esempio, dando vita alla competizione.
E' proprio una guerra commerciale, simile a quella che vediamo nei supermercati.
Si guadagna dando opportunità e non imponendo prestazioni dell'alto.
E l'abilità che ora è richiesta è proprio quella
tipica del commerciante. Dare vantaggi per ottenerne. Perdere denaro in
un dato settore, per guadagnare in un altro. Mixare vantaggi e svantaggi,
per ottenere alla fine un risultato favorevole
La conclusione è evidente. Non si può
non tener conto di questa realtà commerciale, perché un
errore di valutazione sarà fatale per l'Italia. Quando nel nostro
Paese si continuano ad "inasprire" le tasse e si "vocifera" di patrimoniali,
di taglio di fatturati, di esproprio di aziende e di mille altri lacci
all'impresa, si pone in essere un contratto tacito di questo tipo: "vieni
da noi e ti prenderemo una parte del capitale". "Vieni pure e ti bastoneremo".
E l'effetto è immediato. Il capitale fugge e si rivolge ad altre
occupazioni ed ad altri Paesi. E' questo che vogliamo? Sicuramente no!
Allora occorre cambiare metodo senza perdere più tempo.
La nostra malattia è l'eccesso di leggi e l'inflazione
di provvedimenti d'autorità. E la soluzione non è "altra
coercizione" o "altra repressione" (come si sta tentando ora in campo
fiscale), ma è un diverso metodo di gestire la cosa pubblica attraverso
un accordo generale. Il contratto sociale ideato da Rousseau (e condiviso
da quasi tutti i pensatori contemporanei) si attua con la libertà
e non con la coercizione. E chi, se non l'imprenditore, è una grande
esperto nella contrattazione con le masse?. Forse lo è il burocrate
o il politico professionista? Non solo. Il profitto è uno strumento
utile, un vero e proprio "acceleratore dell'azione", che muove l'intero
universo. Il Buon Dio non ci ha dato un esercito di carabinieri per salvarci.
Ma ci ha dato l'istinto del guadagno. E l'imprenditore è un grande
mediatore, che fa interagire il profitto di milioni di persone, producendo
vantaggi per tutta la collettività. Questa capacità di ottenere
profitto, mediando altri profitti e creando alla fine nuova ricchezza,
è appunto un particolare tipo di solidarietà attiva, di
cui il Paese ha bisogno.
Applicare questo principio ci porterà ad una
vera e propria rivoluzione copernicana, con vantaggi enormi per la collettività.
Perché il metodo dell'impresa funziona come un vaccino. Iniettandone
in piccole quantità in un dato organismo avverrà un processo
di trasformazione, rendendo più forte il nostro corpo. Come la
Fininvest ha saputo compiere lo stesso lavoro della Rai, senza canone
e senza privilegi, lo stesso potrà accadere in tutti gli altri
campi dalla sanità, ai trasporti, ai servizi amministrativi.
Si
ritiene diffusamente che la politica non debba subire la contaminazione
degli affari. Senonché, la maggior parte dei nostri mali deriva
proprio da questa curiosa convinzione. Il perché è evidente.
Se lo Stato e se i politici non sapranno "fare affari", come potranno
compiere con successo tutte le attività patrimoniali (per centinaia
di migliaia di miliardi) che un buon politico deve attuare? Non potranno.
E' evidente che occorre rimuovere alcuni falsi moralismi. Gli affari devono
essere fatti, perché occorre creare ricchezza sociale: l'importante
è che si tratti di operazioni lecite, conseguite in modo leale.
Non è tutto. Da più parti si critica la
società dei consumi, portatrice dell'effimero e dell'inutile con
la sua martellante pubblicità. Ma non ci si accorge che i produttori
di beni di largo consumo fanno semplicemente il loro dovere: creano prodotti
ottimi, ad un costo sempre più competitivo e cercano di venderli
con tutti gli strumenti leciti che la tecnica moderna mette a disposizione.
Il problema non sono loro. I nostri guai iniziano con l'inerzia di tutte
le altre entità morali, come lo Stato, gli Enti pubblici, la Chiesa
e le comunità religiose. Infatti, mentre le imprese di largo consumo
hanno via via migliorato le loro ricerche e la loro capacità di
comunicare con tutti i mezzi disponibili, le entità morali sono
rimaste ai vecchi metodi, lasciando che le aziende occupassero interamente
il teatro pubblicitario.
In pratica, la critica alla società dei consumi
va capovolta, perché attualmente cammina sulla testa. Non bisogna
affatto reprimere l'attività pubblicitaria dei produttori, ma occorre
semplicemente che tutte le entità non commerciali usino i metodi
di comunicazione che sono a disposizione di tutti. Se i messaggi pubblicitari
tradizionali non fossero il 100% del totale, ma se fossero bilanciati
da un valore uguale o comunque vicino, di messaggi di natura morale e
culturale, il problema etico collegato alla società dei consumi
troverebbe una immediata soluzione.
La prova di quanto si è detto è di fronte
a noi. Tutto ciò che è privo di pubblicità si estingue.
I notissimi detersivi degli anni "50" sono scomparsi per non aver fatto
pubblicità. Così sta accadendo per gli enti non commerciali
e per il senso morale in genere. La mancanza di una adeguata comunicazione
religiosa ha contribuito al nascere di tante diffusissime eresie: dai
maghi, alle chiromanti, alle sette religiose che portano i loro adepti
addirittura al suicidio di massa.
Pubblicizzare solo i beni di largo consumo, senza bilanciare
questa attività con messaggi di sostegno ai valori morali, civili
e culturali, significa diffondere la convinzione che l'unica cosa importante
sono i consumi, creando un unico modello di vita. Nel duemila avremo città
con decine di milioni di abitanti. Come Stati. Questo è un caso
tipico degli effetti indiretti della pubblicità. Tutti i films,
tutti i messaggi, tutti gli stereotipi sono rappresentati in città.
Pensiamo che ciò non abbia effetto? Ci sbagliamo: la migrazione
verso le metropoli è uno dei tanti effetti della attuale comunicazione
di massa.
Lo stesso vale per la Chiesa Cattolica e per il partito
che ne raggruppa i componenti. Le spinte centrifughe hanno fatto una grande
pubblicità. E quelle centripete no. Il risultato è evidente.
Il partito è diviso in mille e si è ripartito ovunque, da
destra a sinistra. Ed anche in questo campo avvengono fenomeni culturalmente
e moralmente incomprensibili: giornali cattolici che appoggiano idee contrarie
alla fede, religiosi che si dichiarano vicini ad idee anticlericali, comunisti
che si professano convinti cattolici. La conclusione è evidente:
ridurre la propria comunicazione significa o scomparire oppure essere
culturalmente adulterati.
Curare l'immagine dello Stato attraverso il messaggio
pubblicitario non è affatto un'operazione facoltativa di cui si
possa fare a meno. Gli episodi che lo dimostrano sono numerosissimi. Ad
esempio, molti ricorderanno la lotteria nella notte della Befana del 1997:
la macchina utilizzata per la scelta dei numeri non funzionò in
modo adeguato e le vincite dovettero essere revocate. Bene, nei tre mesi
successivi le vendite di biglietti per lotterie subirono flessione fino
al 53%, dimostrando così l'importanza di una comunicazione di tipo
pubblicitario, anche in questo campo.
I messaggi di impegno civile, morale e culturale, da
un lato, ed i messaggi commerciali, dall'altro lato, fino a cinquant'anni
fa erano due persone di uguale altezza. Ora, il secondo è diventato
un gigante, mentre il primo si è trasformato in un nano. Occorre
dunque riequilibrare questa situazione. Ma il metodo di lavoro non può
essere quello di tagliare le gambe a chi è più alto per
adeguarlo a chi è più basso. Occorre invece prescrivere
una cura ricostituente al nano per portarlo alla stessa altezza del gigante.
Si tratta di una grande innovazione, dove occorrerà
diffondere la cultura e la morale, senza negare la libertà e senza
cadere negli eccessi di indottrinamento ideologico tipico dei Paesi totalitari.
Ed anche in questo caso non ci potranno aiutare nè i burocrati,
nè i funzionari di partito, nè i professionisti della politica.
Per questa innovazione avremo bisogno di un grande traghettatore: un vero
imprenditore privato.
Fatichiamo molto a digerire una pubblicità per
i "valori", per le attività pubbliche e per quelle religiose. Ma
è logico. Di fronte ad istituti, come la proprietà, che
vantano più di 3.000 anni di storia, l'impresa ha una vita assai
ridotta. Tutto è accaduto troppo in fretta. Per fare alcuni piccoli
esempi, nel 1911 la Standard Oil Trust di Rockfeller venne divisa in 14
aziende minori dalla Corte Suprema USA, che temeva la loro crescita. Ma
già nel 1940 ciascuna di quelle Società era 4 volte più
grande della casa madre. Ed oggi la loro importanza è ancora enormemente
più grande. Solo 20 anni fa non esistevano le televisioni commerciali
ed i videoregistratori erano rari e costosissimi. Oggi la situazione si
è capovolta. Tutto è cambiato, ma resiste ancora una vecchia
cultura. Per esempio, durante la campagna pubblicitaria per la collocazione
delle azioni Mediaset, Il Corriere della Sera pubblicò un trafiletto
ove questo tipo di pubblicità veniva trattato con ironia. L'autore
parlava di titoli azionari reclamizzati come "prodotti banali". Senonché,
questo tipo di osservazione equivale a dire che "la pubblicità
è di esclusiva proprietà delle saponette". Ma, chi ha mai
assegnato questa proprietà esclusiva? Nessuno. In pratica, questo
modo di pensare rappresenta un'eredità della cultura dell'800:
ciò che "è' Stato" ed amministrazione è nobile; l'impresa
è vile; la pubblicità è un parto dell'impresa e,
quindi, è vile. Anche il venditore è una figura deteriore.
Anche il profitto è un fatto negativo. Nessuno pensa di descrivere
il venditore come colui che facilita l'incontro tra due attività
di lavoro. Nè di descrivere il profitto come il garante dell'occupazione.
E' giusto tutto ciò? Certamente no. Attualmente siamo lontani dall'800
ed è ora di accorgersene.
La
pubblicità è la parte visiva e terminale di un grande lavoro
di ricerca. L'imprenditore non crea semplicemente un prodotto, ma ricerca
costantemente i desideri del consumatore. Li individua e giunge così
ad un prodotto esattamente simile a quello desiderato dal consumatore.
Lo informa con la pubblicità e questi aderisce con piena soddisfazione.
Si tratta di una grande forma di solidarietà spontanea, dove l'imprenditore
è un grande mediatore. L'impresa, infatti, si pone come mediatrice
dei profitti (profitti non solo materiali, ma anche morali) delle masse.
In questo rapporto di solidarietà vale il principio geometrico
secondo il quale una retta è individuata da due punti. E questi
sono il profitto del destinatario ed il profitto del produttore. L'armonia
("la rettitudine") si ottiene quando questi due punti si incontrano.
La linea retta richiede dunque i due estremi, costituiti
dal profitto del destinatario e da quello dell'imprenditore, ma anche
un'infinità di altri punti intermedi. Uno di questi è la
pubblicità. Un altro è la capacità di creare, di
far interagire di mediare dell'imprenditore. Seguono poi tutte le altre
attività collegate, dei managers, dei collaboratori e dei fornitori,
che interagiscono creando soddisfazione e ricchezza. L'aspetto morale
(e solidaristico) di questo insieme di punti sta nella equità esistente
tra i valori relativi alle varie prestazioni (quello che i giuristi chiamano
il "sinallagma"). Il rapporto si esalta quando le prestazioni delle parti
sono di valore equivalente, senza sproporzioni.
In pratica, l'imprenditore è come un grande statista.
La sua nazione è costituita da milioni di consumatori. Per le multinazionali
(come Esso, Coca Cola, Palmolive, Unilever), si tratta di nazioni costituite
da centinaia di milioni di consumatori diffusi in tutto il mondo, con
bilanci enormi ed addirittura superiori a quelli di interi Stati. Questi
imprenditori non governano "con la baionetta" o con la forza in genere,
ma vivono grazie al rapporto di reciproca assistenza: un vero e proprio
contratto non verbale di solidarietà.
La Pubblica Amministrazione snobba la réclame.
E questo proprio "perché parte da sè stessa". Anche nei
manuali di diritto amministrativo si dice che la P.A. agisce in regime
di "supremazia amministrativa". Un gruppo di funzionari decide. Esiste
solo "un punto" e non si puo' creare "la linea retta". E se la P.A. dovesse
fare pubblicità si troverebbe in forte imbarazzo. Comunicare che
i crediti dei cittadini vengono saldati dopo 8 anni? Oppure invitare i
capitali in Italia perché siamo spremuti da una tassa patrimoniale?
Come spiegare che la maggior parte dei danni della P.A. non vengono mai
risarciti? Morale. Costringere la P.A. a fare pubblicità significa
portarla a "ragionare" con il metodo del contratto non verbale di solidarietà:
ricercare la soddisfazione congiunta dei propri desideri e di quelli del
destinatario. Seguire la "linea retta", ricercare il sinallagma, abbandonando
la vistosa sproporzione oggi esistente.
La pubblicità viene spesso ritenuta una cosa
vile ed inutile. Al contrario, per renderci conto dell'importanza sociale
della pubblicità, bisogna provare ad immaginare un supermercato
ove tutti i prodotti siano in confezioni uguali, tutte grigie con centinaia
di spiegazioni scritte in caratteri piccoli e senza titoli. Che caos quando
manca quella linea retta che congiunge i due punti! Ci vorrebbero ore
per fare la spesa. Non solo, occorrerebbero dei veri e propri specialisti
per aiutare il consumatore ad orientarsi in questa grande confusa uniformità.
E' un paradosso? Non tanto! Quanto si è detto rappresenta esattamente
un settore dove la pubblicità è totalmente assente. Questo
settore è quello della Pubblica Amministrazione. Basta solo pensare
a quanto avviene in campo fiscale. Non manca solo la pubblicità,
ma manca proprio "quella linea retta", quella ricerca dei desideri, dei
bisogni dei destinatari. Insomma, manca quel programma che è alla
base della pubblicità. Il risultato è di fronte ai nostri
occhi ed è quello che si verifica quando mancano i due punti. Leggi
incomprensibili. Modelli irrazionali. Difficoltà di ogni genere.
Lo Stato e la Chiesa ritengono spesso che le attività
imprenditoriali siano vili ed indegne di loro. Ma questo è forse
un peccato di superbia che nuoce proprio a chi lo commette.
Non
pretendo di scoprire nuove leggi, ma mi permetto di proporre qualche idea
che ho maturato nel corso della mia esperienza. Due parole sull'autore,
quindi, e sul percorso che l'ha condotto a scrivere e a pubblicare questo
libro.
Tutto ha il suo avvio nel 1971 quando a 23 anni, inizio
a lavorare, pur rimanendo iscritto alla facoltà di giurisprudenza.
Non si tratta della classica "attività parallela" dello studente.
Si tratta di un lavoro vero e proprio, a medio livello, che mi assorbe
a tempo pieno. Opero nel settore commerciale di una importante società
della grande distribuzione, dove osservo da vicino alcune importanti attività
imprenditoriali. La produzione, attraverso i fornitori. La distribuzione,
attraverso le varie filiali. I movimenti e le abitudini di consumo nel
corso dell'anno. Il marketing, la pubblicità, la promozione, all'interno
della mia società ed in quella dei grandi gruppi industriali, interessati
ai beni di largo consumo.
Avvengono poi alcuni episodi che mi hanno dimostrato
in concreto come una grande motivazione possa trasformare una persona
svogliata in uno studente efficentissimo. E che documentano come la formazione
dell'impresa possa costituire il moltiplicatore delle energie e dei risultati.
Questa esperienza di vita vissuta ha giocato un ruolo essenziale nelle
mie convinzioni. E mi ha portato (e mi porta) a ritenere che, applicando
il metodo dell'impresa ad altri settori che ne sono estranei, si possa
ottenere molto. In alcuni Paesi attualmente depressi, forse con questo
metodo molte cose potrebbero cambiare. Ma procediamo con ordine.
Alla fine del 1978, per motivi che ancora oggi non saprei
interamente spiegare, decido di laurearmi, per iniziare la professione
di avvocato. In poco più di un anno (e pur continuando a lavorare
otto e più ore al giorno), riesco a sostenere ben sette esami (undici
contando i biennali), ed a preparare la tesi di laurea. Ancor oggi mi
chiedo come abbia potuto fare. E lo stesso si chiedono i miei genitori
che vedevano scorrere uno ad uno tutti questi esami (di cui due sostenuti
in uno stesso giorno).
Ma il merito non è mio. E' la forza dell'entusiasmo.
Non solo. E' la forza del metodo che ho acquisito in circa dieci anni
di lavoro e di formazione. Formazione sistematica, fatta di "training"
di esperienze. Il metodo era più o meno questo. Devi guidare un
grande punto vendita? Bene. Segui un corso. Ma poi vai a vedere i problemi
reali. Apri gli scatoloni al ricevimento merci. Disponi la merce sul banco.
Osserva il prodotto che corre e quello che zoppica. Fatto questo e dopo
aver "vissuto" a vari livelli, passa pure ai piani di marketing, agli
assortimenti, ai "mix di ricarico", eccetera. E poi priorità. Priorità
ed ancora priorità. Non fare mai una cosa difficile se prima non
hai fatto quella più facile.
Ma prima di tutto c'è l'insegnamento di mio padre.
Uomo di poche parole, ma di grande sostanza. Non ho mai conosciuto una
persona più precisa e più ordinata. Ed è incredibile
scoprire quante cose si possono ottenere, semplicemente ordinando i concetti.
A questo metodo ed a questo insegnamento devo la mia laurea. E anche molte
delle mie attuali convinzioni.
Nel 1981, a trentatrè anni, inizio la professione
di avvocato. Come praticante, ovviamente. E qui mi colpisce il baratro
esistente tra Pubblica Amministrazione e impresa. Un baratro nei tempi,
nei metodi. In tutto. La cosa che mi lascia veramente esterrefatto è
la "legittima impunità della Pubblica Amministrazione". In pratica,
frequentemente (non sempre, per fortuna) lo Stato non paga i danni. Non
li paga neppure quando il Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) ha
sancito l'errore della stessa Pubblica Amministrazione! Queste osservazioni
mi portano a scrivere ed a pubblicare l'opera "La tutela del profitto"
(Pirola 1985). Opera dedicata al fattore "profitto" dal punto di vista
giuridico-economico (vedasi Sole 24 Ore 2/7/1985).
Nel 1990 dedico un po' di tempo alla politica, nell'area
della "Balena Bianca", la vecchia "Democrazia Cristiana", mi occupo di
problemi culturali. Il mio cavallo di battaglia è il "marketing"
in campo politico. Organizzo un corso appunto di marketing e di comunicazioni
sociali per i simpatizzanti (vedasi Corriere della Sera 27 Gennaio 1990).
Ma la politica non fa per me. E, d'altra parte, per cambiare le cose,
più che le intenzioni e i principi servono le "tessere" ed i "voti".
Non lo dico con disprezzo. Si tratta di una pura e semplice realtà
di cui dobbiamo prendere atto.
Chiudo questa parentesi. Anche perché amo moltissimo
la mia professione di avvocato e la realtà operativa. Nella mia
mente si fa strada l'idea di un "socialismo contrattuale" e di un "marketing
sociale". Un marketing che sappia contribuire in qualche modo al miglioramento
delle cose. Impossibile? Forse! Ma tentare di riflettere sui problemi
è sempre stato il mio vizio. Nasce così un mio scritto (una
bozza) dove riassumo le mie esperienze di avvocato e di "esperto" di marketing.
Si tratta ormai di osservazioni dal vivo. Raccolte in oltre vent'anni
di lavoro. Poco? Certo. Rispetto a tantissime altre opere non è
nulla. Ma si tratta solo di osservazioni senza pretese.
Poi nasce il fenomeno Berlusconi e siamo ai giorni nostri.
Osservo i principi di "Forza Italia" con un misto di interesse e di disappunto.
Di interesse, perché si tratta di molte idee che avevo sempre sostenuto
io stesso. Di disappunto, proprio per essere stato in un certo senso "superato"
nella titolarità della mia idea. Insomma, il Cavaliere mi ha battuto
sul tempo. E lo ha fatto al punto da costringermi a cambiare il titolo,
adottando appunto quello di "Uovo di Berlusconi".
Ma in fondo non devo sentirmi superato, perché
non si tratta di osservazioni complicate. Per far andare bene le cose
occorre una motivazione. Dove questa motivazione non esiste (Pubblica
Amministrazione, per esempio), là si ritrovano le più grandi
inefficienze. Ed in fondo è proprio questo "L'uovo di Berlusconi".
Tutti conoscono il principio del buon senso. Tutti lo applicano per sè.
Ma chissà per quale principio diabolico queste regole vengono meno
quando si entra nel pelago della Pubblica Amministrazione. E qui va appuntata
la nostra attenzione se si vuole cambiare in meglio.
In
una recente intervista televisiva, Gad Lerner, chiese a Berlusconi:"Cavaliere,
perché mai alla guida del nostro Governo dovrebbe esserci un imprenditore
e non un politico?" Non ricordo le parole di Berlusconi, ma ricordo molto
bene che avrei dato qualsiasi cosa per poter rispondere a quella domanda.
Certo, perché il calvario della nostra politica nasce proprio dal
problema sollevato dal giornalista della Stampa. Vediamolo.
Il politico propone: "facciamo il centro", "facciamo
la destra", eccetera. I giornali sono pieni di articoli che riportano
questo tipo di discussioni. E sono discussioni interminabili. L'imprenditore
è invece portato ad affrontare il problema in modo diverso. E cioè,
si domanda: "cosa vorrà il mercato?" "quale prodotto sarà
più gradito agli Italiani?" "di cosa c'è bisogno?
Seguire
i metodi tipici dell'impresa significa quindi far partire la politica
dalla base e non viceversa. E' una cosa elementare? Certo, è proprio
per questo che il principio in questione viene descritto come Uovo di
Colombo, cioè di Berlusconi. Si tratta (a parere di chi scrive,
s'intende) di una realtà ovvia: guidare lo Stato con uomini e con
metodi collaudati nel lavoro dell'impresa ed abituati a preoccuparsi di
una cosa sulla quale l'imprenditore è allenato: la soddisfazione
del destinatario.
Da parte nostra cercheremo di trattare in modo obiettivo
l'argomento che abbiamo definito "Uovo di Berlusconi" ed in ciò
andremo ben oltre il pensiero del leader di Forza Italia. Alcuni concetti
come la "solidarietà attiva", come il "marketing sociale" e come
il "socialismo contrattuale" non sono mai stati trattati da Berlusconi.
Ma esiste un linguaggio dei fatti che non può non fare riferimento
al leader di Forza Italia, perché il Cavaliere è stato il
primo a fare un programma politico ritagliato sull'esempio dell'impresa.
Ha trattato l'argomento in modo semplice e con energia. Il problema, comunque
non è "Berlusconi si" o "Berlusconi no". E semplicemente il metodo,
ovvero "un metodo nuovo per fare politica".


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