7
Marzo 2001
NON
UCCIDETE LE PROFESSIONI
Professioni
ai confini della realtà. In una recente puntata del "Maurizio
Costanzo Show", si è visto quello che accadrà al futuro. E'
apparso un giovane avvocato del sud, senza lavoro e, per di più,
bocciato ad un concorso comunale, in quanto sopradimensionato (e cioè
troppo bravo) per le mansioni. Quindi, niente professione, per via dell’elevato
numero di avvocati presenti nella zona e, per di più, per quell’avvocato,
niente impiego comunale, in quanto "troppo bravo". E’
sconcertante. Ma, purtroppo, siamo solo all'inizio. Perché i casi di
giovani laureati, rifiutati del lavoro subordinato, diventeranno la
norma.
Nel
frattempo, i media italiani vivono anche loro ai confini della realtà.
Perché scrivono che le professioni sono "recinti chiusi". Una
grande fantasia, non c'è che dire. A Milano - ad esempio - gli avvocati
sono 8.000. Vent'anni fa erano esattamente la metà. Nel frattempo,
tutte le altre attività economiche si sono ridotte e hanno diminuito il
personale. L'Autobianchi, l'Alfa Romeo e tantissime altre imprese, come
la Motta e l'Alemagna, sono state assorbite da altre aziende. Lo stesso
è accaduto per il commercio. Il quale, passando dal servizio
tradizionale al self-service, ha addirittura ridotto i propri dipendenti
a un quinto di quanti erano in precedenza. Ma nella mente della opinione
pubblica tutto è cresciuto. Tranne i professionisti.
Così,
la sinistra libera la sua fantasia riformatrice con l'intento di rendere
tutti uguali ad ogni costo. In particolare, non contenta del disordine
che abbiamo, nelle scuole, nelle ferrovie, nei trasporti e nella
pubblica amministrazione, la sinistra ne vuole altro. E', pertanto,
attraverso la riforma allo studio, ordini professionali, verranno
moltiplicati all'infinito, attraverso la creazione di associazioni
professionali "in forma di impresa", che si contenderanno gli
iscritti a suon di scioperi e a colpi di proclami, "a chi dà di
più", facendo precipitare i settori tradizionalmente tranquilli e
ben operanti (ingegnerei, medici, architetti, avvocati, commercialisti,
notai), nel più grande disordine.
La
sinistra definisce questa moltiplicazione degli ordini una
"liberalizzazione", in realtà facendo rabbrividire gli
storici e di veri liberisti. I quali non crederebbero ai loro occhi nel
vedere i postcomunisti, intenti a riformare quelle professioni che erano
il fiore all'occhiello del liberismo del "'700" e
dell'"800" e che, proprio per questo, avevano assunto il nome
di "professioni liberali" (vedasi, tra tanti, A. Savatier
"La Profession Libérale, Parigi, 1947). Eppure sta accadendo
proprio questo. Ex statalisti in cattedra di neoliberismo.
Sta
di fatto che l'impostazione che la sinistra vorrebbe dare alla
professioni partorirà la più grande confusione che si potesse
immaginare. Senza essere dei grandi profeti, è facile immaginare, già
ora, il caos che si produrrà. Basterebbe considerare che nel campo
delle televisioni dei telefoni, della privacy, dell'antitrust, della
borsa, eccetera, noi abbiamo recentemente creato delle "autority".
Le quali, altro non sono che veri e propri ordini professionali,
incaricati di vigilare sulla materia in cui operano, disponendo di
precisi poteri.
Ebbene,
pensiamo ora cosa accadrebbe se, accanto alla Autority per le
Comunicazioni, ad esempio, si creassero delle altre associazioni di tipo
privato e su base associativa, che si ponessero in concorrenza con
quella stessa autorità. In una simile occasione, noi saremmo
nell'incertezza più totale, perché avremmo tanti indirizzi quante sono
le autority. Ebbene, se proseguiremo nella duplicazione degli ordini -
come si è tentato di fare nell’ultima legislatura – questa
moltiplicazione degli indirizzi possibili – e relative confusioni - si
porrà, anche per le professioni. Settori efficienti e lontani dal caos
legislativo presenti in altri settori, diventeranno un grande disordine.
La
riforma del servizio militare è passata in un soffio, senza che nessuno
si avvedesse che per questa innovazione sarebbe stata necessaria una
legge costituzionale. L'articolo 52 della Costituzione prevede infatti
che la difesa della patria sia un sacro dovere per ogni cittadino e,
pertanto, la maggioranza, abrogando la leva con una legge ordinaria e
non con la necessaria procedura, con tutta probabilità si è posta in
aperto contrasto con la Costituzione. Certo, la riforma parla di
sospensione e non di abrogazione della leva. Ma i dubbi rimangono
ugualmente, in quanto il sevizio militare viene di fatto a decadere.
I
problemi sono molti. Ma soprattutto, non si comprende come si reggerà
la difesa di una nazione grande come l'Italia, a fronte delle fortissime
riduzioni, volute con questa riforma. Durante la prima guerra mondiale l’Italia
impiegò un esercito di oltre due milioni di uomini. Eppure il fronte
vero e proprio non era vastissimo, perché correva dalle Dolomiti, alla
Pianura Padana, fino al Mar Adriatico. I dati relativi alla perdite
furono (e sono) impressionanti e dovrebbero farci riflettere. I morti
furono più di 600.000 e i feriti 900.000. Di fronte a questi numeri, il
nostro esercito di "volontari" di 350.000 uomini, previsto
dall'attuale riforma, non può non lasciarci perplessi. Si tratterebbe
di una forza appena sufficiente a presidiare l’Italia in tempo di pace
e assolutamente inadeguata, per qualsiasi forma di difesa vera e
propria. Basti ricordare che, per un’operazione di terra nel Kosovo
(una regione grande circa come la Lombardia), sarebbero stati necessari
100.000 marines. Un dato che ci fa comprendere l’inadeguatezza della
nostra riforma.
Purtroppo,
con la scomparsa della leva, perderemo anche una grande scuola di
solidarietà. L’Avvocato Peppino Prisco, sottotenente degli Alpini
durante la campagna di Russia, in un recente intervento sul
"Corriere" ha ricordato che gli americani vollero affidare
solo ed esclusivamente all’Associazione Nazionale Alpini i
finanziamenti per i terremotati del Friuli, proprio perché erano sicuri
che non si sarebbe perso neppure uno spillo. E così fu. Quegli aiuti
furono tutti ben utilizzati. E non ci fu un solo contenitore perso o
lasciato abbandonato agli elementi, come invece si era dovuto registrare
in alcuni episodi verificatisi nel corso della recente missione
Arcobaleno.
Queste
osservazioni dovrebbero farci comprendere che la leva ha una funzione
sociale, che va al di là del semplice servizio militare. Zaino
affardellato. Ranghi serrati. Fatica. Organizzazione. Amore per la
bandiera. Vita e sofferenza in comune. Tutte queste cose alla fine
lasciano un segno. E ci danno una piccola ricchezza, che resta a
disposizione della comunità italiana ed europea, da utilizzare in caso
di bisogno, come è accaduto per l’Associazione alpini nell’episodio
ricordato dall’Avvocato Prisco. Non solo. Carlo Azelio Ciampi ha un
atteggiamento diverso verso la collettività e la tradizione, rispetto a
quello che teneva Scalfaro, proprio perché è stato ufficiale di
complemento dell'Esercito. Lo stesso motivo che rende ricche di
interesse e di autenticità le parole e gli scritti di grandi autori
come Montanelli e Caccia Dominioni. Si può quindi dire che l’esperienza
militare abbia anche una sua utilità culturale.
D’altra
parte, per ritrovare tanti casi di solidarietà, occorrerebbe rileggere
molte vicende delle nostre Forze Armate. Bisognerebbe, ad esempio,
ricordare Salvo D'Acquisto. Giovane carabiniere che si consegnò ai
tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, autoaccusandosi di un
attentato che non aveva commesso. Sacrificò la sua vita, e compì
questo atto, solo per salvare i suoi concittadini innocenti, condannati
alla fucilazione dalle truppe occupanti, in seguito ad un attentato.
Quella era solidarietà. E, guardiamoci intorno, ci accorgiamo con
facilità che – con la (cosiddetta) "solidarietà", fatta di
tasse, di risarcimenti e di sacrifici, imposti solo agli
"altri" - esempi come questi, ormai, non si trovano più (a.n.).
