12 Febbraio 2001
L'IRAP
UNA IMPOSTA DA CORREGGERE
IRAP:
"Imposta regionale per l'accelerazione della povertà". Forse
non avevo tutti i torti, quando nel 1998 avevo composto questa
definizione (Il Giornale 25/4/1998). Purtroppo, il Governo ha insistito
in quella direzione e tutte quelle nerissime previsioni si sono
purtroppo avverate: le varie rivelazioni statistiche, degli ultimi due
anni, dicono con certezza che l'IRAP ha provocato una crescita del costo
del lavoro, di circa il 3%, frenando l'occupazione e, per l'appunto
"accelerando la povertà". La situazione è così grave, da
aver recentemente portato Confindustria a chiedere con insistenza la
totale abolizione della tassa.
Sul
piano legale, l'IRAP è un'imposta veramente anomala rispetto alla
nostra Carta Costituzionale. Al riguardo, l'articolo 53 della
Costituzione stabilisce che tutti sono tenuti a concorrere alle spese
pubbliche, in ragione della loro capacità contributiva. Pertanto, in
applicazione a questo principio, bisogna dire ch3e ogni prelievo
tributario si giustifica solo quando ci siano elementi concretamente
rivelatori di ricchezza (Corte Cost. n. 120 del 1972). Cosa che non
accade con l'Irap, con cui si tassano gli approvvigionamenti e
addirittura gli stipendi dei lavoratori e cioè i costi e non una fonte
"rilevatrice di ricchezza".
Per
tentare di superare questa obiezione, il Fisco, cerca di
"considerare" la spesa e gli investimenti come una specie di
"bene produttivo". Il tutto, con lo scopo di stabilire una
probabile fonte di ricchezza (e quindi una tassazione),
"dietro" a quei dati coti. Ma questo ragionamento non può
tenere e difficilmente potrà salvarsi in un giudizio davanti alla Corte
Costituzionale. Perché la stessa Corte, quando parla di
"attitudine a produrre ricchezza", (Corte Cost. n. 16 del
1965), si riferisce proprio ai "beni" e non può quindi far
riferimento ai "costi". Si tratta di entità ben diverse e
difficilmente confondibili. Perché i beni sono una cosa esistente e
produttiva di frutti. Mentre il costo è un semplice "consumo"
e quindi ha una funzione esattamente contraria a quella del bene.
L'idea
del Ministro Visco (e cioè, la creazione di questa "IRAP")
era stata in un certo senso geniale. Perché, colpendo i consumi, si
sarebbero potuti tassare i contribuenti, saltando a piè pari tutti i
complicati accorgimenti (quali l'assumere se stessi, i propri familiari,
acquistare beni e a più non posso a fine anno, eccetera), accorgimenti
messi in essere dai cittadini per abbassare il più possibile il
reddito. In realtà, una tassa di questo tipo colpisce sì le elusioni
fiscali, ma produce un fortissimo contraccolpo sociale. Perché,
contemporaneamente, l'IRAP dissuade anche migliaia di investitori ad
assumere e ad operare nel nostro Paese. Un fenomeno di cui la sinistra
non si cura, perché questo contraccolpo sociale è, in fondo, un prezzo
che la stessa maggioranza è disposta a pagare, pur di colpire quello
che considera il "ceto avverso" e pur di ottenere quella che -
erroneamente - ritiene "giustizia sociale".
In
un certo senso, questo atteggiamento della sinistra e del fisco spiega
il ritardo nello sviluppo economico italiano. I capitali e le imprese
non investono da noi, per il semplice fatto che siamo proprio noi a
respingerli, con una politica punitiva. Per di più, gli operatori non
vedono una via d'uscita neppure in prospettiva. Perché ancora oggi la
coalizione di governo ritiene che "essere di sinistra"
significhi usare il fisco per colpire sempre e comunque i ceti più
abbienti. Ed è proprio questa tendenza culturale, che ha recentemente
fatto sollevare la coalizione di governo, di fronte alla proposta di
Rutelli per una eventuale riduzione delle tasse sulle imprese (IRPEG).
Dunque, siamo di fronte ad una cultura, che la sinistra dovrebbe
rivedere al più presto (a.n.).
