29
Gennaio 2001
IL
MARKETING BATTE IL "68" DIECI A ZERO
La
critica alla pubblicità, al marketing e alla società dei consumi
compie almeno 33 anni. Forse qualcuno ricorderà la contestazione alla
prima della Scala del 1968. Era l'anno del Movimento Studentesco. I
ragazzi con l'eschimo verde diedero l'assalto con uova marce alle
signore con la pelliccia di visone e ai gentleman con lo smoking. Grande
furore e notevole entusiasmo. Ma, ormai, quei tempi sembrano proprio
acqua passata. Quei ragazzi del '68 si sono tutti integrati nella
borghesia, spesso con stipendi da capogiro. Gli ideali di quegli anni,
Mao, Marx e Marcuse, sono tutti tramontati o dimenticati. Il paradiso
sovietico è caduto. La Cina comunista si sta convertendo al capitalismo
e ha addirittura acquisito Hong Kong, senza espropriare nulla.
Contemporaneamente,
il capitalismo non è affatto crollato, ma ha dato prove di forza, da
togliere il fiato. Un solo uomo, Soros, ha messo in crisi diverse
monete. E anche la lira è stata tra le sue vittime. All'inizio del
2000, l'uomo più ricco della terra era un imprenditore. Quel Bill Gates,
fondatore della Microsoft. Ma già alla fine dell'anno il suo primato
era stato battuto da un altro imprenditore: Larry Allison della Oracle.
Non era mai accaduto, perché nei precedenti ottomila anni gli uomini più
ricchi erano sempre stati re, imprenditori o possessori di materie prime
e terre. Nel 1990 la Nippon Telephone era la più grande società del
mondo. Ma oggi è già superata e non potrebbe entrare nell'elenco delle
10 maggiori società mondiali. E, sul fronte delle fusioni, le nozze tra
Time Warner e America on line, hanno creato un colosso da 700.000
miliardi, pari al prodotto interno lordo di Svizzera e Portogallo messi
insieme.
Il
marketing vince e tutti si convertono. Non solo i supermercati e le
saponette, ma anche le banche, le assicurazioni e i quotidiani, con
mille gadgets. La politica non è da meno. Persino la sinistra è stata
conquistata dal marketing. A quanto pare, l'Ulivo ha scelto Rutelli
rispetto ad Amato, per ragioni di trend di consensi e il neo candidato,
come prima cosa, ha chiamato al suo capezzale uno dei più grandi guru
della pubblicità USA. Tutti negano il marketing, ma poi in privato lo
pretendono. I politici di sinistra disprezzano la pubblicità, ma gli
spazi TV vanno a ruba. Il Governo dell'Ulivo ha persino varato alcuni
spot celebrativi.
Gli
unici, senza marketing e senza risultati, sono l'Italia e gli italiani.
Il capitale internazionale non investe. Il debito pubblico non è sceso.
E, in compenso, sono aumentati i prezzi di numerosi beni e servizi.
Purtroppo, l’errore sta nel metodo seguito dagli amministratori
pubblici. La politica sembra subordinata all’economia. Ma, in realtà,
lo Stato e i politici non hanno capacità, know how ed esperienze
equivalenti a quelle acquisite dal capitalismo nazionale e
internazionale. Dunque, con tutta
probabilità, per recuperare, avremmo bisogno di un "marketing
sociale" ossia di una disciplina che sia in grado di portare la
politica (e i politici) sulla via di un successo, simile a quello
ottenuto dall’impresa.
Certo,
non è facile ammetterlo, ma i più avanzati conoscitori della
collaborazione pacifica tra gli uomini sono proprio gli esperti di
marketing. Con le loro multinazionali, hanno creato la prima forma di
unione e di cooperazione mondiale tra le persone. In una parola, il
marketing, scienza contestata ad ogni livello, ha battuto "dieci a
zero" quel "68", di cui tutti parlano con gli occhi
sognanti. In fondo, la realtà è tutta qui. E, per migliorare,
basterebbe che i politici (e gli intellettuali) facessero per gli
italiani quelle "promozioni" e quel lavoro che, nella vita di
ogni giorno, fanno per loro stessi. Ne saranno capaci? Chissà! La
scommessa del terzo millennio è anche questo (a.n.).
